lunedì 8 ottobre 2007

La parola ai giurati/2

Tel chi, come ti sorprendo il lettore!
Tutti a pensare: "Chissà il Colombi, ertosi a critico, quando lo rivedremo"? Beh, oggi, lo rivedete, cari miscredenti del pifferazzo! E mi vedete nuovamente nella veste di critico, per continuare a parlare de "La parola ai giurati".
Sì, perchè, oltre a essere un bel film, "12 angry men", del 1957, ricordiamo pure l'anno, va', è anche una bellissima parabola sulla giustizia, sia quella che si dispensa nelle aule di tribunale che quella che ognuno, spietatamente, fa nel proprio cuore. Non penso, infatti, di dire ovvietà quando sostengo che, tutti, in qualche occasione abbiamo giudicato il nostro prossimo. Un giudizio, si sa, è fatto da tanti componenti: culturali, caratteriali e basate sull'esperienza passata. Questo lo si vede bene nel film di cui stiamo parlando, una storia in cui ogni giurato, tranne uno, quello "buono" (ma forse anche lui, chissà, è buono perchè era stato discriminato da piccolo), proietta sul caso, sul ragazzo imputato, le proprie convinzioni e frustrazioni.
L'abbiamo già detto prima: un giurato, ex povero, vi si immedesima, un altro, razzista, è guidato dal proprio odio per gli sbandati della società, un terzo, ancora, in preda al proprio egoismo, vuole solo tagliare corto il giudizio: ha un impegno al di fuori del tribunale e vota la colpevolezza seguendo la massa per abbreviare il rito.
Il film, essendo appunto una parabola, un apologo sulla giustizia, lascia poco spazio alla profondità: nel senso che ogni personaggio, come in una bella tragedia greca o in un dramma della commedia dell'arte, incarna un sentimento: compassione, razionalità, razzismo, frustrazione, superficialità, e così via. É, in una parola, un simbolo. La profondità si ottiene quindi dalla somma delle interpretazioni, e il singolo spettatore deve, dovrebbe, o potrebbe cercare in sè una risposta complessa agli stimoli "semplici" dei singoli giurati.
Nemmeno il giurato "buono" è ovviamente esente da questo gioco di semplificazione: lui infatti incarna l'umanità, la bontà, la razionalità, comunque vogliate chiamarla. Con tutto che, ovviamente, si parteggia per lui, rimane un personaggio francamente irreale, un santo moderno, anche un rompicoglioni, per certi versi, di quelli che ricevono 10 cent in più di resto all'autogrill e si rifanno 1.000 km per tornare a restituirli. Però anche questo fa parte del gioco.
La domanda complicata, complessa, appunto, di cui parlavamo poco più in alto è questa: cos'è la giustizia? Non pensiate adesso di avere la risposta da me: nella migliore delle ipotesi, a parte rimandarvi a un buon dizionario di italiano, posso rispondere con la mia personale opinione in merito, fondata sulla mia cultura, carattere, esperienze passate.
Un cristiano ha certo un'idea della giustizia, terrena o divina, un buddhista ne ha un'altra, un ateo un'altra ancora, e ho citato tre religioni (o credenze), per andare agli estremi, ma nella maggior parte dei casi non serve spingersi tanto oltre: un'idea della giustizia, infatti, ce l'hanno tutti, anche terra terra, di quelle minime giustizie sommarie fatte di un po' di "Porta a porta" e un po' di "Studio Aperto".
Tutto questo discorso, che vorrei chiudere qui prima di infilarmi in elucubrazioni dalle quali non è facile poi districarsi, per dire che, in estrema sintesi, "La parola ai giurati" è un bel film. É bello perchè è emozionante, ben scritto, diretto e recitato, ma è bello anche e, forse, soprattutto, perchè pone una domanda. A noi, al singolo, naturalmente, la voglia di saperla cogliere e di volerle rispondere, ciò che conta è che questa domanda ci sia.
Non è che io ora voglia fare un discorso di educazione delle masse di tipo brechtiano: non bisogna andare al cinema solo per riflettere o per autoeducarsi, anzi. Credo solo che la capacità di stimolare l'intelletto dello spettatore sia di per sè stessa un valore aggiunto: ciò che rende "La parola ai giurati" un grande film è la capacità non scontata di unire profondità e spettacolo. Un film di Bergman, tanto per citare un maestro, pone molte domande ma, diciamocelo, spesso son due palle così! Un film di Schwarzenegger, non pone domande ma intrattiene alla grande.
Parleremo anche di Schwarzy, naturalmente, che pure ha fatto qualche grande film, risultando spesso incompreso, e parleremo pure di Bergman (ma prima tocca ad Arnold), ma per ora vorrei rimanere su "La parola ai giurati", che, secondo me rimane, certo non unico, ma perfetto esempio di quel cinema "classico" dotato del perfetto equilibrio tra forma e contenuto. Per questo, e tutti gli altri motivi di cui non abbiamo parlato, ma che spero scoprirete da soli, vi saluto con l'invito a prendervi quel paio d'ore necessarie a guardare questo film: forse non vi educherà, ma vi darà modo, parlandone, di fare bella figura con un sacco di ragazze.
Saluti.

2 commenti:

Massimo Pistore ha detto...

Che dire, abituato all'elegante inconcludenza della spocchia dei tuoi post, ho letto volentieri l'elegante profondità della spocchia di questa tua recensione: quando fai così sembri davvero un giornalista!
Non dico che ora mi sia venuta voglia di vedere il film, ma di riclare le tue riflessioni alla prima occasione sicuramente sì!
Alla prossima (speriamo su Schwarzy!).
Massimo

Anonimo ha detto...

e pensare che il giorno che ti ho conosciuto mi hai fatto vedere "Giovannona coscialunga, disonorata con onore" con tanto di fermo immagine sul tuffo in piscina...

guarda te come si riducono i geni!
:-)
fosca