lunedì 8 ottobre 2007

La parola ai giurati/1

Carissimi lettori e amici, mica avevate preso sul serio la mia promessa da marinaio, spero? Ho letto commenti infuocati, ma anche costruttivi, sul fatto che rinnovo di rado questo blog. Tutto vero, non lo nego, ma volete mettere il piacere dell’attesa? O forse sareste andati a rompere le balle a Voltaire per sollecitare il suo prossimo pamphlet o a Oscar Wilde per sapere quand’era la prima della sua nuova commedia? Ecco, non scassate nemmeno me e vedrete che sarete sorpresi dalla mia prolissità. E poi non vi lamentate che non riuscite a stare dietro alla mia produzione. Detto questo, manteniamo la promessa, e parliamo de “La parola ai giurati”, un grande, grande film. Prima, come nelle migliori famiglie, due parole sulla trama: alla fine di un processo per omicidio, in cui l’imputato, un ragazzo povero e sbandato, viene accusato dell'assassinio del padre, i dodici giurati si ritirano in camera di consiglio per formulare e quindi emettere il verdetto. Colpevole o innocente? Le prove sono abbastanza schiaccianti, e undici di loro non hanno dubbi. Il dodicesimo, però, va contro corrente. “Qui – dice – siamo chiamati a giudicare della vita di un uomo (in caso di colpevolezza, infatti, al giovane sarebbe toccata la pena di morte): anche se le prove a suo carico sono evidenti, mi pare giusto aprire, almeno un poco, la discussione”.
Ecco, la trama è tutta qui: inutile e inopportuno dirvi come va a finire; sappiate solo che, nel corso dell’interminabile discussione, emergono non solo alcuni dubbi sulla fondatezza dei capi d’accusa, ma anche molte delle caratteristiche personali dei giurati, perfetti estranei tra di loro, e all’apparenza del tutto normali ed equilibrati.
Ciò che getterà scompiglio, con il passare delle ore, oltre ai sempre più stringenti ragionamenti del giurato innocentista (o garantista), sarà proprio il crollo di questa facciata di normalità, crollo che metterà a nudo i veri motivi di un voto che appare, con il progressivo indebolimento del castello accusatorio, sempre più incerto.
Ci sarà chi, povero come l’imputato, si immedesimerà nel ragazzo, ci sarà chi, precisino, si appellerà all’oggettività dei fatti, ci sarà chi, infine, deluso da un figlio adolescente, riverserà sul presunto parricida tutte le frustrazioni di un padre fallito.
Detto questo, che spero basti già a farvi venire voglia di vedere il film, parliamo un po’ del cast: come dice sempre il mio babbo, si tratta di un “filmone con gli attoroni”. Mai frase fu più vera: il protagonista, il giurato insomma che vuole andare a fondo della verità, è Henry Fonda, una vera leggenda di Hollywood, di cui non vi parlerò a lungo per non riempire pagine e pagine di film. Vi citerò solo, essendo uno dei suoi pochissimi ruoli di “cattivo”, “C’era una volta nel West”, di Sergio Leone, pellicola che ha più possibilità di essere stata vista da voi mangiacotiche.
Di Fonda molto si potrebbe dire e molto è stato detto: mi limiterò alla ben nota banalità che recita: “Non ci sono più attori così”, e sfido chiunque a contraddirmi (E non vale nemmeno citarmi De Niro e Pacino). Quello che conta, qui, è soprattutto il suo ruolo, il personaggio che interpreta e quello che rappresenta, ma di questo parleremo più avanti.
Concludo questa prima parte del mio intervento su “12 angry men” (si tratta del titolo originale: letteralmente “Dodici uomini incazzati), elencando ancora qualcuno degli interpreti: c’è Martin Balsam, grande attore prestato anche, negli anni ’70, a molti film italiani di genere; c’è Jack Klugman, che tutti ricorderete come Quincy, il patologo dell’omonima serie, oppure come il personaggio casinista de “La strana coppia” (il serial, non il film, dove il disordinato era Walther Matthau); c’è Jack Warden, c’è Lee J. Cobb che, oltre ad avere un nome fantastico di suo, ha interpetato molti altri film classici dei tempi d’oro di Hollywood.
Il regista, infine, Sidney Lumet, direttore prolificissimo (o proliferrimo?) e capace di passare dal film di denuncia alla “Serpico” (forse ne parleremo in futuro), alla commedia leggera come “Omicidio sull’Orient Express”.
Con questo, per ora, chiudo: non vi prometterò di scrivere presto la seconda parte, perché poi rimarreste delusi, ma prometto di provarci comunque! Saluti!

2 commenti:

Massimo Pistore ha detto...

Finalmente!
Un nuovo articolo...forse solo il nuovo albun dei Guns'n'Roses era altrettanto atteso, e ora ci possiamo godere una buona dozzina di paragrafi di colte amenità in fluente italiano per ingannare questa ulteriore attesa!
Il film, temo, mi verrà propinato alla mia prossima, anche se non molto prossima, apparizione a Bolzano: mi evito quindi la fatica di scaricarlo e pure di guardarlo in uno di quegli oziosi pomeriggi che noi fotoreporter conosciamo bene.
Ti saluto, tentato di imitare la tua esperienza di critico cimentandomi con la recensione di altrettanti capolavori come "Il silenzio dei prosciutti", "Dobermann o "Man of the Year".
A presto!
Massimo

Tonizzo ha detto...

L'unico motivo, esimio dott. Colombi, per cui non tampiniamo Wilde o Valtaire è solo perchè dovremmo scavare un paio di metri di terra per poterlo fare. E dopo di loro c'è soltanto Lei!

Non si lamenti del troppo successo (come direbbe Zucconi rispondendo ad una qualunque lettera che parla di tutt'altro)!

Virili baci